Lega Canavese

Perché il proporzionale in Italia non può funzionare

La decisione inappellabile della Consulta di negare il referendum sull’abolizione della parte proporzionale nel sistema elettorale è gravissima. Non si conoscono ancora le motivazioni di tale folle scelta, ma è fin troppo facile delinearne le perniciose conseguenze. La più grave è spianare la strada ad un proporzionale da prima Repubblica, ossigeno di sopravvivenza per soggetti politici asfittici e in decadenza.

Si sa che nell’arte di governare, ma non solo in quella, la rapidità di scelta subordinata ad una altrettanto rapida capacità di sondare ed esaudire la volontà del popolo sovrano,  è fattore essenziale. Già ora siamo lentissimi, ma lo saremo ancora di più con un proporzionale che renderà il Governo in perenne contrattazione e sotto il ricatto inevitabile di quello che diventerà il partito ago della bilancia.

Con il proporzionale ritorneranno i governi pentapartito e balneari della prima Repubblica. E’ vero che l’attuale maggioranza marrone ce la fa rimpiangere moltissimo, ma non certo per il sistema elettorale. Di allora si ricorda con nostalgia la statura morale dei politici e la sovranità monetaria che permetteva alla Stato di agire sull’economia in modo anticiclico. Si evoca con malinconia che, prima del 1981, non si conosceva la parola spread e il debito pubblico non aumentava perché la Banca d’Italia svolgeva egregiamente il suo compito di prestatore di ultima istanza, come del resto fanno tutte le Banche Centrali, eccetto la BCE che invece inspiegabilmente non lo fa.

“Con il proporzionale ci sarà più democrazia e rappresentatività!” gridano incoscienti ed illusi i suoi sostenitori, adducendo una motivazione nobile per sostenere un fine ignobile: la poltrona. Ma purtroppo il mondo non è un’astrazione ideale dove si persegue e si pratica la democrazia perfetta e il diritto assoluto. Cina, USA, Russia e Turchia, sono lì a ricordarcelo.

Ma già Orazio, facendo tesoro delle vicende tra Sparta ed Atene, aveva capito che è necessario  primum vivere deinde philosophari. Il poeta latino non ebbe la soddisfazione di vedere confermata la sua tesi con la caduta dell’Impero romano, ma noi sì: la raffinatezza del diritto capitolò di fronte alla rozza bellicosità e voglia di conquista. E’ così purtroppo, i buonisti se ne facciano una ragione.

Se è in gioco il nostro vivere, non ci si faccia quindi scrupoli a sacrificare qualche etto di democrazia. E se ormai forse è vano: viva il maggioritario che permette di governare per cinque anni a chi prende più voti. L’alternativa è una morte lenta per l’aggravamento dell’asfissia già ampiamente presente.

 

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