Lega Canavese

Scienza, scienziati, virus e De Donno

 

Il dannato virus mette tutti a dura prova, economicamente, fisiologicamente, moralmente, psicologicamente, politicamente, sentimentalmente e non basta! Veniamo anche bombardati da messaggi, ordinanze, decreti, notizie varie per telefono, internet, social network, servizi su periodici, quotidiani, radio e TV.

Fra tante notizie, ci sono le cosiddette fake news, cioè le notizie false oppure tendenziose, quelle che dicono e quelle che non dicono, ma portano a pensare in una certa direzione.

Intervistati al riguardo, autorevoli esponenti del mondo accademico e della comunicazione, tutti concordano sul fatto che c’è un filo di follìa nell’umana specie e, talvolta, perfino di estrema cattiveria. Qualcuno si diverte a seminare il panico, proprio quando le persone sono più fragili, messe a dura prova dall’angoscia per la minaccia alla sopravvivenza di se stessi e dei propri cari.

Qualcun altro lavora nell’ombra per fomentare discordia, ma la maggioranza dei propalatori di fake news, pare incredibile, sono in buona fede.

In questi giorni infuria un dibattito dai toni accesi fra il dr. De Donno e altri. Ciò che dice De Donno è una fake news? Andiamo per ordine, cominciamo.

CHI è De Donno?

Il dott.  Giuseppe De Donno è un medico pneumologo che lavora in qualità di direttore di un reparto (malattie dei polmoni), nell’Ospedale “Carlo Poma” di Mantova. E’ una bravissima persona, cattolico stimato da vari sacerdoti, assai benvoluto dai pazienti, 53 anni, originario del Salento. Insomma, un armadio di vecchia Puglia generosa! Ma poi, basta guardarlo e, senza essere seguaci della fisiognomica di Cesare Lombroso, si capisce dallo sguardo buono che è veramente onesto e preoccupato di aiutare il prossimo.

CHE COSA fa il De Donno?

Applica la plasmaferesi, cioè prende un ex paziente guarito dalla Covid-19 (ovviamente il paziente è un volontario, lucido e consenziente), gli toglie una sacca di sangue e lo centrifuga. Da una parte vanno a finire i corpuscoli solidi del sangue (varie cellule, fra cui globuli rossi, bianchi e piatti o piastrine) e questa parte rossa e solida viene rimessa dentro il sangue del donatore.

L’altra parte, gialla e liquida (si chiama plasma) contiene una serie di molecole varie e pure i cosiddetti anticorpi, cioè i “soldati” che hanno già attaccato i virus cattivi nel sangue del donatore e lo hanno fatto guarire.

La parte liquida e gialla, il cosiddetto plasma, estratto dal donatore guarito dalla Covid-19, viene trasfusa nel sangue del paziente ammalatosi di Covid-19 e ricoverato in ospedale. In tal modo si dà una mano di aiuto alle difese che si sono dimostrate insufficienti (e se no, il paziente non si sarebbe ammalato)!

QUANDO è nata questa tecnica?

Il plasma l’abbiamo descritto prima e così sappiamo che cos’è, mentre aferesi significa separazione, rimozione. Dunque, il parolone plasmaferesi significa semplicemente separazione del plasma liquido giallo dalla parte rossa e solida corpuscolata del sangue (vecchio vizio dei medici, quello dei paroloni, per giustificare la parcella).  La tecnica fu ideata nel 1913 a Baltimora, nel Maryland (USA), per cui è vecchia più di cento anni! Per i più curiosi, gli ideatori furono due docenti universitari  della Facoltà di Medicina del Johns Hopkins Hospital, ossia la Johns Hopkins Medical School.

Il primo dei due fu il dottor John Jacob Abel (ebreo geniale, professore di Farmacologia, isolò per primo l’adrenalina (all’età di 40 anni) e l’ insulina a 69 anni, per morire alla vigilia della II guerra mondiale, a 81 anni, dopo aver fatto  altre grandi e importanti scoperte e aver concepito il rene artificiale! Un gigante della Medicina, insomma).  

L’altro fu il dott. Leonard George Rowntree (canadese, collega altrettanto geniale, di 26 anni più giovane di Abel, di cui fu assistente per qualche tempo, fecondo scopritore di molecole nuove e inventore di metodiche moderne, fra cui la dialisi, progettata assieme al suo Maestro).

Torniamo alla plasmaferesi. Per alcuni decenni resta confinata nel Maryland, salvo essere riesumata nel 1950 dal dottor Grifols, ematologo iberico col bernoccolo degli affari, che presenta il metodo l’anno dopo (come se fosse una novità) al 4° Congresso Ematologico Trasfusionale di Lisbona, essenzialmente per uso trasfusionale, per non impoverire troppo il sangue del donatore. Poi fonda la banca del sangue e a Barcellona la multinazionale di emoderivati  che, nel 2006, verrà quotata alla Borsa di Madrid. Il sangue rende ricchi!

Ma attenzione!, è solo nel 1959 che la plasmaferesi viene usata per la prima volta a scopo terapeutico. Ancora una volta è il genio ebraico a escogitare una applicazione della antica terapia ad una grave malattia del sangue.

 Il medico è il dott. Michael Rubinstein del Cedars-Sinai Medical Center di Los Angeles e riesce a curare un malato di trombocitopenia.

(A questo punto è doveroso aprire una parentesi: il direttore del magazine per cui lo scrivente lavorava a Pechino come corrispondente scientifico, nel 2007 e 2008, gli domandò se fosse vero esser gli Ebrei più intelligenti degli altri gruppi umani. Da accurate indagini, risultò evidente che non esiste un gene dell’intelligenza appannaggio del Popolo ebraico. Anzi, l’artista Moni Ovadia afferma che “vi sono schiere di imbecilli fra gli Ebrei, (sic!)”. Detto dall’ebreo Moni! E’ vero, però, che la maggior parte dei contributi scientifici originali sia di matrice ebraica. Secondo acutissimi studiosi, come Giuseppe Tedesco, potrebbe dipender dal metodo di studio della Torah (che i Cristiani ribattezzaron Pentateuco), inoltre dalla lingua ebraica, la cui lettura richiede un notevole e continuo sforzo di intuizione. Ma questa è una storia diversa).

Nel 1967, il National Cancer Institute, fondato dal presidente Franklin Delano Roosvelt trent’anni prima, comincia ad adoperare una centrifuga per uso caseario, applicandola alla plasmaferesi. Da allora, la metodica è la stessa, usata normalmente nella maggior parte degli ospedali dotati di proprio centro trasfusionale, per curare alcune malattie gravi del sangue.

Finché, nel 2020, tre medici hanno pensato di adoperarla nella cura della Covid-19. Uno di essi è il buon Giuseppe De Donno.

DOVE si può praticare?

Soltanto nei centri trasfusionali, sovente inseriti in policlinici di un certo spessore. A Torino, per esempio, alle Molinette. Ma in tutta Italia si può, nelle principali sedi nosocomiali, quelle dotate di attrezzature trasfusionali.

PERCHE’  soltanto De Donno e pochi altri spingono in questa direzione?

Abbiamo notizie fresche dal dottor L. M. dell’Ospedale “San Giovanni Bosco” in piazza Donatori di Sangue, a Torino. Ma ancor più incisive sono quelle del Professor Mauro Salizzoni, celebre “mago” del trapianto di fegato nonché docente universitario di caratura internazionale, quest’anno ritiratosi nella sua Ivrea, per amore del Canavese. E ancora, l’ ematologo Prof. M. B. (Gli scienziati dei quali non si dispone della liberatoria firmata, ai fini della legge sulla privacy,  vengono citati con le sole iniziali).

Alla domanda sul perché vi sia tanto accanimento verso il povero dottor De Donno, la risposta è unanime:

Non usa un metodo di indagine scientifico per la convalida dei successi”.

In effetti, il campione di 48 pazienti trattati NON è rappresentativo della popolazione degli ammalati di Covid-19. E’ lo stesso De Donno che lo afferma, assai candidamente: i pazienti sono stati SCELTI, dunque SELEZIONATI, fra coloro che avevano migliori possibilità di successo. Questo non è scientifico.

Per farci intendere da chi non è esperto di Statistica, è come se andassimo dal cocomeraro per comperare un’anguria. Il venditore intaglia il frutto e ci offre da assaggiare un tassello stratificato della massa anguria, vale a dire che contiene una punta del cuore dolcissimo e rosso, uno strato meno dolce, ma sempre molto interno, poi uno strato più chiaro e più periferico, e infine la dura scorza del popone. Il fruttivendolo SA RITAGLIARE un campione vero e proprio, che rappresenta tutte le tonalità gustative e cromatiche del frutto.

Ma se ci facesse assaggiare soltanto la parte centrale? Troveremmo l’anguria dolcissima, quasi come un frutto tropicale. E se invece  intagliasse soltanto la scorza? La troveremmo dura e indigesta, immangiabile. Eppure parliamo sempre dello stesso frutto. Ecco dunque due esempi di campioni statistici DISTORTI, ossia non rappresentativi della massa-popolazione considerata.

Ancora, in molti casi il metodo sarebbe stato  abbinato ad altre cure. Questo fatto invaliderebbe da solo tutta la sperimentazione.

E’ un po’ come se ci curassimo il mal di gola con l’antibiotico, la tachipirina e un dito di Pepsi Cola e dicessimo a tutti che la Pepsi è una bomba per curare il mal di gola! Questo è l’errore del medico di Mauritius, Mauro Rango, che pure va spopolando sui social. Ma che importanza ha l’ortodossia scientifica?

Il prof. Han Bin, del CBIATC, la massima istituzione di agopuntura cinese. Ripeteva agli allievi medici: “Non impolta colole di gatto. Impoltante lui plèndele topo”.

 Un’ultima considerazione. Nel campo scientifico è vero che è sempre buona norma di comportamento raccogliere PRIMA tutti i dati, ricavarne una conclusione ed esserne sicuri: solo DOPO, raccontarlo al mondo, divulgarla. Anche questo ha irritato non poco il serioso mondo scientifico accademico.

Ma il De Donno ha certamente agito in buona fede. Lui crede moltissimo nel metodo antico della plasmaferesi e lo vorrebbe diffondere subito, convinto com’è che faccia bene. Come dargli torto?

Verrebbe voglia di raccontare la storia vera di quel medico di Perugia che cura i bambini ammalati di cancro con certi rimedi erboristici di sua invenzione. Quando i bambini (che intanto sono curati in ospedale) sopravvivono, lui si prende il merito e non è gratis. Ci sono prove che vende un flaconcino di acqua contenente un impercettibile sentore di rosmarino, appena 2 cc, a soli duecento euro (200 €)! Per non parlare di quel veterinario che lavora a Torino come agopuntore e afferma di poter curare il cancro con l’agopuntura!

Chiaro che, a fronte del pericolo mortale, specialmente i genitori dei bambini siano disposti a pagar qualsiasi somma, pur di ricever l’illusoria speranza. Ma il caso De Donno è diverso: il personaggio è forse scientificamente un po’ ingenuo, ma è certamente animato da buone intenzioni. Ottime. Gratuite!

COME procedere?

Se una sperimentazione seria, scientificamente condotta in “doppio cieco” (ossia il medico rilevatore, una volta estratto casualmente il campione, NON sa con che cosa viene curato il  paziente, e al contempo il paziente NON sa che cosa gli viene iniettato), dimostrasse la validità della terapia plasmaferesi, allora si potrebbe stilare un protocollo di emergenza. Fermo restando il fatto che, a regime, bisognerebbe preparare fiale di immunoglobuline umane specifiche ed estremamente pure (giacché vi sono una enormità di molecole diverse, nel plasma, e occorrerebbe purificarlo per evitare ben altri problemi). Non dimentichiamo quante vittima fece il siero antitetanico o anche il siero antivipera cosiddetto, sensibilizzando allergicamente molti pazienti ai quali fu inoculato, fra cui lo stesso dottor L. M., un pioniere nel suo campo.

Ma non c’è soltanto il problema dell’eventuale shock anafilattico: il sangue può essere infetto da altri patogeni o trasportare pericolose tracce di ACD-A, anticoagulante che evita al sangue di solidificarsi nei circuiti di lavorazione.

Il dr. Gianpietro Briola,  presidente nazionale dell’Associazione  Volontari Italiani (donatori di) Sangue, acronimo AVIS, dichiara:

Parliamo di  “plasma iperimmune contro il Covid-19. (…) in molti casi il plasma è efficace per gli anticorpi presenti nei soggetti guariti, ma con il plasma prelevato si somministrano anche sostanze non necessarie per il trattamento di determinate patologie. Quindi, rappresenta una terapia sperimentale ed emergenziale già nota per altre malattie.

Serve ora capire quali sono gli anticorpi efficaci, isolarli, purificarli e poi somministrare solo quelli in dose controllata e farmacologica. Come avviene per le immunoglobuline antitetaniche, ad esempio. È comunque importante sottolineare che (…) il plasma contiene degli elementi che funzionano contro il virus e lo neutralizzano”.

Della serie campa cavallo, ché l’erba !

Dunque è favorevole a De Donno, ma non lo “supporta” a livello nazionale. Perché? Ogni cambiamento fa paura! Allora, il governatore del Veneto, Luca Zaia, che sta preparando una vera e propria banca del plasma? Zaia è un intuitivo e fiuta le possibilità future. Finora, si sa che le ha imbroccate tutte col suo intuito, conquistando il cuore del popolo veneto!

Ma sia ben chiaro a tutti che l’intuizione è sempre un rischio. Toccando il corpo umano dall’interno, si creano complicazioni inevitabili: non è come andare dal meccanico, a cambiare l’olio motore col relativo filtro. E’ molto più complesso e pericoloso. Specialmente perché parliamo del SANGUE, che l’istologia pone fra i tessuti più nobili: tessuto liquido corpuscolato sofisticato e ancora da studiare e da scoprire a fondo, nei comportamenti biomolecolari.  Essere SEMPLICI in Ematologia vuol dire essere SEMPLICIONI. Con grave pregiudizio dell’organismo in cura. Da un lato.

Dall’altro, comprendiamo il De Donno: pur non essendo scientificamente  ortodosso, in una simile e grave condizione pandemica, preferisce osare, con la puntata sul plasma. Aiutiamolo! Rischiamo  pure una delusione, ma come fa Zaia e come farebbe un vero imprenditore, facciamolo!

IL filosofo greco Platone, affrontando l’esplorazione metafisica, sosteneva di appoggiarsi all’intuito, in “seconda navigazione” nel mondo totalmente altro. A chi gli chiedeva “Perché, Maestro, correre questo rischio del pensiero?”, rispondeva: “Perché il rischio è bello!”, cioè: non saprei che altro fare!

Aiutiamo De Donno! Non abbiamo niente da perdere, se non l’orgoglio dello scientismo. Speriamo. Tanto, peggio di così non ci può andare!

E confidiamo nella Provvidenza.

                                                                                               (Agostino Mario Riccardo Turturro)

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